Monday, January 01, 2007

Last Days- la passione di Kurt Cobain

Gus Van sant, il regista della provincia, quello di Da Morire e di Elephant, si cimenta con un omaggio ad un eroe della provincia, lo scomparso leader dei Nirvana: Kurt Cobain. Raccontandoci i suoi ultimi giorni in una versione grunge della passione.

Last days. Gli ultimi giorni di un anno 1994 destinato a finire col mese di aprile nei libri di storia della musica.L'anno in cui finì l'adolescenza di molti e il mondo sembrò a tutti un posto più schifoso di quel che già non fosse. Era il 5 aprile, data destinata a diventare famosa, un pesce d'aprile rimandato di quattro giorni quando il mondo si scoprì privato di Cobain. Il re del grunge se n'era andato e aveva lasciato molti interrogatori alle spalle. Sul suo viso invece aveva lasciato la pazzia delle armi da fuoco.

Il film Last Days si ispira a quei giorni, a quegli ultimi giorni. Gli ultimi giorni di vita di una peronalità tormentata, di una rock star destinata a diventare maledetta. Sesso, droga e rock n roll era il clichè che poteva andare prima dell'avvento dei Nirvana. Dopo di loro, il mondo (in generale) non era più così semplice.

E' vero che la droga in questa storia non è certo mancata, ma compare in maniera differente rispetto al passato, non c'è attimo di allegria o di euforia, qui è tutto legato all'incomunicabilità, alla disperazione, a quel cercare di mettere a tacere la verità in qualsiasi modo.

E' questo lo scopo del film, film che risulta destabilizzante e incompleto anche se non privo di meriti.

L'argomento è scabroso, la linea da seguire è difficile, non bisogna scontentare i fan e nè tantomeno cadere in una serie di loghi comuni e stereotipati del mondo del rock.

Così il film prende una strada sua, tortuosa e fantasiosa, si lega al mondo lunare di Cobain, ci mostra le sue paure, manie e crisi, in maniera fantasiosa, nessun testimone se non per l'appunto la fantasia. Non è morboso, non cerca di ricostruire fedelmente quei giorni, li ricrea in maniera artistica e sensibile.

Due scene su tutte: il dialogo di Blake/ Curt con l'uomo delle pagine gialle per l'annuncio pubblicitario di un'officina meccanica, che ci mostra l'assurdità del mondo e i nostri sterili tentativi di comunicare qualcosa d'importante in un qualche modo improvvisato, e alla fine si crolla.

La seconda scena che vogliamo citare è quella in cui il protagonista si rinchiude in uno spazio suo per suonare. L'inquadratura è solamente da fuori, si vede la casa con i suoi muri di pietra, si vedono gli alberi secolari destinati a sopravvivere. Una finestra, da cui non ci è dato vedere nulla se non la nostra insicurezza e la nostra incerta curiosità. Da dentro esce la musica, un brano grunge cupo e ipnotico suonato come sfogo. E Kurt, là dentro da solo con la sua musica, in quel mondo che solo lui davvero, sapeva e poteva aprire.

Peccato che per questioni legali ed economiche, semplicemente per non venire sbranato da Courtney Love, Van Sant non abbia potuto usare i nomi Nirvana, Kurt e Cobain nel film. Cambiando così il nome del prostagonista in un oscuro Blake.

Un efebico Michael Pitt si cala molto bene nella parte stralunata del personaggio. Personaggio grottesco questo musicista ispirato a Kurt Cobain, Van Sant lo rende simile a un Looney Toones in carne ed ossa che sembra perennemente alla caccia di Bugs Bunny...circondato da personaggi inutili, non funzionali alla storia ma forse per questo scelti dal regista, deciso a mostrarci in questo modo la solitudine contemporanea.

Non un film facile, non un film classificabile, è un' opera che andrebbe vista e che forse sarebbe piaciuta allo stesso Kurt Cobain, unico giudizio: Nevermind.

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