Tuesday, January 17, 2006

recensione da "Il giornale di Potenza"
Eco a perdere di Fabio Izzo, Edizioni Il Foglio (Piombino 2005), pag. 77, euro 6,00.
I dodici capitoli di questo libro di Izzo non hanno né capo, né coda. Certo, Volontariamente.
Che qua l’uso del che come termine che permette di spezzettare senza rendere i che un non so che di che cosa voglio dire è tattica. Studiata. O immaginata prima. Che è facile fare all’amore mettendosi sopra un che. E mettersi a giocare con le parole che contengono sfilze di che e che sono tutto un che di continuato che. Il che, si diceva, è facile. Ma fatelo! Provateci voi. Riuscite a rendere allo stesso modo di questo Izzo apparso accarezzando un tale Umberto ECO da Alessandria e il suo ECO, quasi quasi giustamente Ego?
La bravura di quest’autore sta nel farti dimenticare quel fatto sintomatico di questa tipologia di scrittura, ovvero quel famosissimo concetto “guardarsi l’ombellico”. All’inizio, ammetto, lo si pensa. Tanto. Dopo alcune pagine la sensazione si ripete. E si ripetono gli elementi buttati in pasta, per fartela proprio avvertire fortemente ‘sta sensazione. Il bello arriva, invece, quando ne sei consapevole e cominci a dimenticartene, a dimenticarti anche di storcere il naso. Allora, vedi giunta l’occasione giustissima per non snobbare nemmeno questo tipo di scrittura. Ti metti dentro al flusso continuo di Fabio Izzo, e vai. Vai avanti.
Con tutta onestà, è necessario pure ammettere una certezza. Eco a perdere, questa creatura nata sentendo Harold Smithd e magari un poco odiandolo rispettosamente, non si legge proprio facilmente. Bisogna starci dietro parola per parola che per che giù per su, se vuoi capire dove vuole andare a parare il suo autore: cioè lontano e, quindi, da nessuna parte. E questo può essere un altro degli aspetti positivi di certe pagine. L’incipit è incoraggiante, pensi di farcela senza il mino sforzo. Poi capisci il dovere del sacrificio. Ben “retribuito” da Fabio Izzo. Questo scrittore capace d’offrire passaggi assai intensi, con dimestichezza di linguaggio del quotidiano o più o meno quotidiano, e con leggerezza. Caratteristica fondamentale di chi ha talento.
E questo Izzo ha talento, tanto ne ha. Magari, se non avesse miti a cui guardare, non i Nori e simili (magari loro hanno da dire a F.I), sarebbe persino meglio. Potrebbe perfino annullare quella piccola dose di non originalità contenuta in alcuni momenti della narrazione.
L’eco, invenzione letteraria coraggiosa, forse, è una risposta alla logica del dire e non dire. L’eco, quella seconda voce sentinella fiammella sorella d’Izzo, costringe a parlare l’autore. Che si taglia un ruolo primario, nonostante la maniera da comprimario di partecipare allo scambio d’Idee con essa, anzi con lei. Con la voce.
E’ bello, lasciarsi andare. E’ bello sfiorare questi Che ripetuti e intesi come aspetto caratterizzante di ‘sto libretto del terzo millennio. Perché non è semplice dire se quest’è romanzo oppure no. Allora diciamo che è romanzo, che la vuole l’autore stesso questa definizione che ci sta a pennello guardando altre esperienze e altri esperimenti che non dispiace definire l’Eco col termine romanzo. E neppure definirlo del terzo millennio. Visto soprattutto una cosa: nel terzo millennio ci stiamo.


NUNZIO FESTA

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