Sunday, December 31, 2006

San Silvesto e Tweety

Auguri, brindisi, drink, cin cin, sms,cenone, San silvestro, last minute, Champagne per brindare ad un incontro, spumante, lenticchie, zampone, cotechino, pandoro, panettone, indigestione, l'orologio di Fantozzi, festa in piazza, countdown, botti, fuochi d'artificio, perizomi, mutande, tutte rigorosamente rosse....roba vecchia buttata in strada, giù dai balconi...dimenticato altro?

No, è solamente una festa per chi arriva a contare fin a dodici col fiatone...o non sa contare e andare oltre

quel mostro di Saddam, in nome della democrazia: Impiccalo più in alto

Non ha visto l'anno nuovo il Rais sanguinario e nemico di tutti, quel Raiss a cui non è bastato pagare lo scotto di Hot shot e South Park; la democrazia, quella mondiale, ha voluto la sua morte. Per impiccagione.Bush il presidente democratico per eccelenza, vecchio fan di Sergio Leone, gridava: Impiccalo più in altro, in nome di quella democrazia che esporto io! Un vero trionfo democratico l'impiccagione di un uomo. Impiccaggione ripresa in formato foto e video, Que viva la democrazia digitale!! che in questo caso mostra il suo lato più cinico e spietato..

Che forse con una corda e due telecamere si risolvono i problemi del mondo? E se Bush avesse perso la guerra, la sua di guerra, quale collo sarebbe stato al cappio? E possibile che abbiamo seppelito la democrazia millenni fa e non ce ne siamo accorti, oggi c'è solo un funerale in più, di uomo di potere che ha delle morti nelle sue mani ( ma quale uomo di potere non ha?). In Italia lo sdegno di pochi, d qualche politico e il circo delle tv coi nani, le ballerine e gli orsi ballerini a ballare il Can Can in nome della democrazia. Oggi io vado ad un altro funerale, ci arrivo in ritardo, in ritardo di millenni, il funerale di quella democrazie che detta per intero veniva espressa così da un certo Voltaire:

NON CONDIVIDO LE TUE IDEE,MA MI BATTERò FINO ALLA MORTE PERCHè TU POSSA ESPRIMERLE

esprimetevi anche voi

time, classifiche di fine anno, uomini e donne

Per il Time, celebre rivista Usa, l'uomo dell'anno siamo Noi. Noi, utenti, editori, lettori di internet che ormai assuefatti al vecchio gioco di potere dei media controllati, osiamo disincantatamente proporre una visione nostra delle cose.

Osiamo riportare notizie senza ascoltare padroni e prendere ordini, da nessuno, se non che da noi stessi, piccoli editori del nostro coraggio. Hanno capito che non sono più padroni delle notizie e che ormai i giochi, le maglie, si son fatte larghe, troppo, per il giogo del potere.

Mentre scrivo, mi sfugge l'esatto potenziale di You-Tube. Non capisco perchè Google o Yahoo se lo siano voluti comprare. Condivisione di filmati e di audio, questo fa sostanzialmente You-tube. Mi interessa vedere i filmati delle vacanze in Sardegna di tuo zio? E se poi arriva un gruppo di metallari a richiedere i diritti e ripetere la storia di Napster?

Non lo so, ditemelo voi, sono aperto alle vostre idee, in fondo siamo tutti uomini dell'anno, no?

Io posso leggere e voi potete scrivere e viceversa. L'unica vera democrazia universale, priva di ostracismi. Google compra You-Tube e dopo sarà ancora così? O semplicemente ce l'hanno fatta sotto il naso per l'ennesima volta? O è il Time che con questa sua copertina a specchietto ( per le allodole) si è approffittato di noi e ha venduto delle copie in più?

Ricordatevi semplicemente che la contro cultura sono loro.

Auguri Uomini e Donne dell'anno.

Pirandello e le maschere della Siae

Siamo in guerra e non lo sapete. C'è una guerra alle vostre spalle combattuta con ogni mezzo e i proiettili fischiano tra le nostre orecchie, proprio lì dove ci dovrebbe essere altro, il nostro cervello. la guerra sconclusionata dei Diritti d'autore. Il 1 gennaio le opere di Pirandello sarebbero dovute diventare di dominio pubblico, ma per una legge internazionale abbastanza scoordinata (accettata dall'Italia nel 1994) dove i paesi perdenti della II Guerra Mondiale accettavano (dagli Usa) di allungare la durata dei Diritti di autore di 6 anni e 8 mesi (alla faccia dei revisionisti che dicono che quella guerra l'abbiamo almeno pareggiata). Così Pirandello se lo volete rappresentare dovete pagare il nipote che non ha mai scritto un'opera teatrale. Stessa cosa Sthephen Joyce, nipote problematico del ben più noto James Joyce, che passa il suo tempo a complicare la vita agli appasionati del suo avo.

Tant'è che per il Bloomsday (giorno celebrativo dedicato allo scrittore irlandese) il parlamento irlandese ha dovuto emanare d'urgenza una legge speciale per vincere il ricorso di Sthephen e poter così celebrare James. Bella cosa i parenti, no? Differente fu il caso di Roberto Bacci che a Pontedera si vide entrare in causa con la Siae per la sua rappresentazione di "Aspettando Godot". Samuel Bbeckett per questa opera voleva solo attori maschili, nella versione di Bacci in palcoscenico vediamo delle attrici. Non è questione di misoginia ma di rispetto della volontà dell'autore, e di un 'ìntegrità morale costruitasi negli anni come fece Beckett, poi magari lo spettacolo di Bacci ci guadagna pure ma se l'autore non voleva... la causa è stata vinta da Roberto Bacci e io vi consiglio come sempre di andare a teatro.
Il discorso è aperto tra Copyright e copyleft perchè la politica quando vuole si getta a capofitto dappertutto. Diritto d'autore certo, l'autore ha diritto, nella paternità delle sue opere a volersi anche mantenere con queste, ma vi ricordate Hugh Grant in About a Boy (il romanzo è di Hornby) che eredita i diritti d'auotre del padre autore di una canzone di natale (super slitta di natale) e vuole i soldi anche dai babbi natale che la cantricchiano di fronte ai supermercati (Bisognerebbe prenderli quei bastardi - dice nel film). E pensate che O sole mio, la canzone napoletana, di diritti d'autore produce 150000 mila euro l'anno.

Che fare? e tra poco scadranno i diritti di Elvis, che si inventeranno?

Sciopero dei giornalisti- la molle protesta della frolla gioventù dei giornalisti

Premesso che la mia idea di Journalism è molto hippy anni 70, avendo studiato giornalismo in un paese serio come la Finlandia, infatti qui non mi viene riconosciuto perchè c'è un ordine loro tutto nuovo e premesso che visto che è Natale e siamo tutti più sinceri, almeno su Freaknet, segue l'esempio di Harry Burns, vero maestro di vita e invece di fare del buonismo faccio provocazione o dico la verità. Insomma decidete voi. Oggi vi parlo di una categoria: i cani da guardia del padrone, la polizia? No i giornalisti.; Ne esistono ancora? Fanno qualcosa? e se cosa: cosa?Li leggete i giornali, guardate la tv, ma sapete che dal tg5 hanno sospeso qualcuno per collusione? Mica lo dicono in giro eppure non è loro il compito di dare le notizie invece che occultarle?E poi che notizie danno? Le solite girate in tutte le salse in una povertà da egemonia culturale che nemmeno il MinCulPOP.

Scrivono sempre peggio, su alcuni giornali c'è gente che a malapena conosce l'abc, e su altri in prima pagina appaiono scritte le peggio vaccate, sulla documentazione oddio è meglio lasciar perdere, solo i cretini si accertano di sapere un minimo di quel che stanno parlando.

La politica è aria fritta dove non c'è nulla di nuovo, almeno una volta facevano analisi politica ora è diventato costume politico, la cronaca è gossip allo stato pure, si potrebbe dire invece che cronaca nera gossip nero, lo sport è illeggibile. Mimmo Malfitano dove sei? Ora provate a leggervi l'articolo di una partita, a malapena si capisce chi ha segnato...in tv sopperiscono le immagini almeno quello, Montecitorio è lì, il Quirinale dall'altra parte e loro riprendono quel che passa davanti quando magari quel che c'è dietro sarebbe la verità... altro che Watergate, quello poteva succedere negli Usa qua c'è servilismo allo stato puro...Sono da due anni che non rinnovano il contratto con gli editori e che fanno? Incuranti o forse, beati di ciò che fanno: scioperano! Diritto sacrosanto il loro per carità...scioperare due giorni prima di Natale e farsi così il ponte lungo, chissà a quale altra categoria poteva forse venire in mente? Solo i Notai o qualche altra lobby medioevale...allungarsi le vacanze in un periodo morto di notizie avendo chiuso il 90 per cento dei giornali la settimana prima... con notizie di costume..complimenti. Perchè invece non si mostrano seri e fanno uno sciopero serio? Come? Semplice, cominciando a dire la verità, cosa che non hanno mai fatto....

Wednesday, December 20, 2006

nuova recensione

Il libro che Gordiano Lupi mi ha mandato (e gliene sono grata), Eco a perdere, si definisce più volte un “romanzo del terzo millennio”. Più che un romanzo, secondo me, questo libro è una ricerca, uno strumento di formazione tra le mani di un giovane scrittore che, abbisognando di un confronto diretto con il pubblico, sfida se stesso e la propria scrittura a diventare prodotto nelle mani del lettore. Lo si nota per esempio a partire dallo stile e dal linguaggio, costellato com’è, il libro, di puntini di sospensione (che tendono, per loro natura, all’indagine e alla domanda senza risposta, ma anche a una nozione di sé indefinita e titubante), di momenti lirici, di continui a capo, di frasi che, per loro occorrenza connatura, non rispettano le “regole” della sintassi e della grammatica così come le conosciamo. Ancora, in maniera del tutto esplicita, il libro stesso si interroga su di sé e sulla letteratura con una serie di quesiti – per lo più senza risposta – spesso incalzante e quasi ossessionante. Ecco, per esempio, come principia il capitolo 3, pregno di voci beckettiane e vittoriniane (per esempio, per una sorta di dialogo tra lo scrittore e l’io narrante – e quindi tra sé e sé – questo brano mi fa pensare alla sezione corsivata di Uomini e no):

Come si scrive un romanzo?

Come si scrive se un romanzo?

Che forse non vi si possa scrivere così?

Chi ha parlato?

Cos’è stato?

Un momento di sanità mentale in queste mente insana da sempre?

A me lo chiedi?

Lo sto appena facendo adesso.

Quindi non ne hai idea?

No come viene, viene… ma te chi sei?

Uno che passa

E così via.

Ancora, per altri “motivi” ricorrenti, per altri “toni”, Eco a perdere mi ricorda il fantastico Arancia meccanica. Come in questo passo:

Prese voglia di raccontarmi, per sminuire il lato geniale inespresso in me, esprimendomi avrei tirato fuori tutte le mie mediocrità d’uomo, d’artista, di scrittore, d’abitante dell’emisfero occidentale, di lettore, di persona con un gusto critico, di perdente delle piccole guerre quotidiane che si svolgono ad un centimetro dalle mie palpebre di guerriero inquieto.

Nel brano appena riportato, come in molta parte del libro, Izzo “fa” tre cose secondo me bellissime: riesce ad accomunarsi a noi tutti, avvicinando con maestria il lettore allo scrittore, al narratore, “entrando in amicizia” con noi e quindi spingendoci ad immedesimarci nell’io narrante del romanzo, che racconta proprio quello che proviamo anche noi, ogni giorno; lo fa con uno stile accattivante ma sincero, lirico e prosastico insieme, uno stile ibrido, suo personale (lo stile personale è secondo me una delle prerogative assolute di una buona scrittura, dalla quale non si può prescindere), profondamente emozionante; ci racconta il dolore, in fondo, nient’altro che il dolore e un senso di inettitudine totale (alla Leopardi, alla Pirandello, alla Svevo, alla Gadda, alla Tozzi, alla Pasolini e quant’altro, tutti grandi maestri senza i quali la letteratura non esisterebbe, e lo studio dei quali ci dà vita), ma ce lo racconta in modo ironico e sorridente, scegliendo di non affossarci nei nostri dolori e nelle nostre sconfitte quotidiane, ma spronandoci a ridere di noi, in maniera positiva, propositiva, direi, in questo modo trasformando il mondo circostante in materia letteraria, e in fin dei conti rendendo utile e produttivo anche un momento cupo.

A differenza di molti altri “romanzi” (lo chiamerò così per convenzione) contemporanei, e in particolare a differenza di molti altri scritti giovani, inoltre, Eco a perdere ci tiene a rivelare, e a sottolineare più volte, le competenze letterarie del suo autore, che di certo non si è improvvisato scrittore per il gusto di sedurre le donne (come si crede molto spesso – ricordo persino che qualcuno in un’intervista mi chiese in che modo lo scrivere libri mi aiutasse con l’altro sesso), ma che scrive per necessità, e che considera la scrittura non solo un piacere personale, ma una continua ricerca di certezze e di miglioramento – laddove, come probabilmente sappiamo tutti, è pressoché impossibile che, nel proseguimento della nostra ricerca, e nel perseguimento del nostro ideale letterario, arriveremo mai a un seppur minimo cenno di risposta, ma ci piace scrivere, amiamo leggere, e questo già ci basta –.

Anche se non amo, di solito, enumerare in maniera sterile le competenze letterarie che possiedo o non possiedo, perché mi sembra un’inutile esternazione di un piacere e di un merito esclusivamente interiori (leggere è a mio avviso un gusto troppo grande, che riceve il suo premio migliore nel momento stesso dell’atto di lettura e di studio letterario), pure credo fermamente, e non sono la prima a dirlo, che non esista scrittore senza lettore, senza lettore appassionato di letteratura, e Fabio Izzo, senz’ombra di dubbio, lo è. Questa, io credo, è una grandissima qualità, l’unica in grado di supportare in maniera sana e possente una qualsiasi tipo di ricerca letteraria. Fabio Izzo, inoltre, non ama gli scrittori che amano tutti solo perché sono degli scrittori affermati, ma ama, nel particolare, solo alcuni scrittori, che ha letto tanto e che lo hanno colpito profondamente. Anche se nel mio piccolo adoro perdutamente Il nome della rosa (secondo me uno dei capolavori assoluti della letteratura italiana, che mi ri-stupisce e ri-seduce ogni volta che lo leggo), libro e autore che invece Izzo, suo conterraneo, dichiara più volte di non estimare (lo fa persino nel titolo, e nella quarta di copertina, come molte volte all’interno del libro), pure apprezzo moltissimo che un giovane scrittore, non ancora consolidato né ancora accettato nel “convivio” degli alti scrittori, dei geni della letteratura, apprezzo moltissimo che quello che definiremmo con un termine terribile “autore emergente” abbia già il coraggio e la dignità di dichiarare cosa per lui è letteratura e cosa no. Izzo lo fa nel corso di tutto il suo “romanzo”, in cui inserisce moltissime considerazioni personali, un abbozzo di storia (o meglio un abbozzo di vita, di vicenda personale) e alti momenti lirici, durante i quali la prosa si sublima in poesia (o meglio, di prosa ce n’è molto poca). Il tutto profondamente calato in un ambiente particolare, un profumo definito, un colore preponderante, un’atmosfera fruibilissima. Mentre leggiamo, allora, vediamo l’io narrante che consuma sere inutili in locali sconosciuti, che mangia ottime pizze panna e speck in pizzerie lontane quaranta minuti da casa sua (perché, si chiede l’io narrante, per una pizza siamo costretti a curve tanto tortuose da far dissociare gli occhi dallo stomaco nauseato e dolorante?, eppure la risposta dello stesso protagonista non è un ridondante “dove siamo andati a finire”, “che vita insulsa che facciamo”, ma piuttosto la ricerca di qualcosa di importante e di profondamente letterario anche nei gesti quotidiani, tanto impoveriti e inutili, a prima vista), che insegue alla radio un pezzo dei Nirvana trovando solo musica trip hop – come se la radio stessa fuggisse la musica di qualità propendendo per ciò che più fa moda –, che si accende per certi occhi celesti caleidoscopici, che lavora ai seggi elettorali per un referendum che non raggiungerà mai il quorum (e che si interroga se, scrivendo il quorum col “ck” al posto della “qu”, la gente, credendolo un inglesismo, si affretterebbe ad andare a votare tutta felice e soddisfatta), l’io narrante che ammette che criticare gli viene meglio che scrivere. E di fatti, il libro diviene una sorta di critica totale, perdendo man mano il suo seppur lievissimo carattere narrativo, per plasmarsi a guisa, appunto, di “romanzo del terzo millennio”, e cioè una “cosa” indefinita, che non si può prendere, che non si può afferrare, che è poesia, romanzo, e televisione tutto insieme, che parla di tutto e non dice niente di definitorio, che si innamora e disamora nello stesso sbattere di ciglia, che continua a chiederci se capiamo di cosa parla Eco, che esplode e si accende per un passo di Ossi di Seppia, che sente forte la mancanza di Rino Gaetano (anch’io!), che principia il suo libro con il Cantico dei drogati di De Andrè, che non si cura di alcuna regola grammaticale e di coerenza, ma che nel suo svolgersi segue sicuramente una coerenza interna e che possiede un enorme potenziale di dialettica tra scrittore e pubblico. Un io narrante che per tutto il corso della “storia” non pretende mai di non star scrivendo un libro, non dissimula mai lo sforzo creativo di arrivare alla fine della pagina, non teme mai di annoiarci mentre riflette su stesso, e, di conseguenza, non ci inganna mai. Un libro che si interroga sulla funzione attuale della letteratura e sulla funzione sociale dello scrittore, senza però mai perdere di vista che la propria principale caratteristica è quella di essere un romanzo del terzo millennio e, per deduzione, di essere uno strumento di ricerca.

Ma non ho tagliato il romanzo del terzo millennio, non ho spento le radio notturne e gli ululati gutturali di provincia che risuonano come shofar o trombe del giudizio per la fine dei tempi di Eco.

Che ad ogni lettore che mi avrà donato tempo avrà chiuso un libro d’Eco, simbolo di ciò che fu.

E che ad ogni lettore dopo questo libro appaia il tizio delle domande, non con una ma mille domande su tutto ad indagare

Che il mio ancora è qui

Mi viene da dire, Fabio sei coraggioso e intimo, sei spregiudicato e irriverente, sei presuntuoso e sei poetico, e per questo, secondo me, se col tempo eliminerai, anzi plasmerai rendendola propositiva, l’immodestia della giovinezza, potrai essere uno scrittore vero.

Per quanto detto, il mio giudizio su Eco a perdere (anche se qui non mi si richiede un giudizio, e soprattutto io lo so che non sono nessuno per emetterne, e infatti non ne spargo mai, però in questo caso voglio farlo proprio esplicitamente, per lealtà con lo scrittore, per quanto vale, e anche se non vale niente), il mio giudizio, dicevo, è un giudizio estremamente positivo. Soprattutto perché Fabio Izzo non si adagia su una letteratura già detta e già scritta, ma nello stesso tempo non si sogna nemmeno di rifiutare la letteratura che hanno fatto i nostri padri e i nostri bisnonni e i nostri avi, e la letteratura che stanno facendo ora i nostri coetanei. Mi capita, infatti, troppo spesso, di leggere libri di gente che non sa in che tipo di mercato editoriale sta scrivendo, ma che soprattutto crede di poter liquidare tutta la letteratura altissima di coloro che sono venuti prima di noi, definendola in fretta come una massa informe di libri “difficili”, e per certi versi andati e inutili. Secondo me non è affatto vero. Questa, a mio avviso, è la più grande eresia. Nella letteratura, infatti, io credo. E credo che chi fa così ha paura in realtà di misurarsi con i geni letterari che ogni tanto partorisce il mondo. Noi non siamo niente, per la maggior parte delle volte, in confronto ai grandi della letteratura. Noi non saremmo niente, se loro non avessero inventato, scoperto, gli strumenti letterari che oggi diamo per scontati e di cui ci serviamo ogni giorno, come il discorso intimistico, quello psicologico, il realismo, il neorealismo, il naturalismo, il verismo, l’ermetismo e chi più ne ha più ne metta. Io mi inchino, davvero, davanti a chi la letteratura sa farla, e non solo amarla, come l’amo io, più di tutto. Io devo la vita a chi scrive e scrisse, dai tempi dei tempi, i capolavori che abitano ancora oggi l’universo, e che non moriranno mai, io gli devo la mia vita perché sono loro che mi hanno partorito, almeno quanto lo hanno fatto mia madre e mio padre.

E, anche se non posso non essere d’accordo con il grandissimo critico e letterato Giacomo Debenedetti, quando scrive che tutti gli –ismi sono per lo più inutili, perché servono soltanto a definire un insieme di gente tanto eterogenea che non si può dire sia accomunata da tratti pragmaticamente comuni, ma solo da nozioni lontanamente simili, assimilate l’un l’altra in maniera riduttiva e fortuitamente approssimata, pure, come ancora scrive Debenedetti, gli –ismi ci servono, uin maniera profana, per comunicare velocemente con il prossimo, e per riferirci a una grande quantità di persone contemporaneamente.

Allora, di certo Izzo si alza in piedi e non si fa inserire in alcun –ismo nemmeno alla lontana, e, nello stesso tempo, inizia una ricerca che sarà lunga e forse dolorosa, ma che, a mio avviso, fermo restando il suo tangibile amore appassionato per la letteratura, lo porterà lontanissimo, sempre ammesso che lo scrittore non si stanchi di cercare. Ma io non credo che si stancherà. Il libro stesso, infatti, costellato allo stesso modo di realtà e di sogno, inizia con la morte (Il cantico di De Andrè), ma finisce con un inno alla vita, perché non c’è vita più vera di una domanda insoluta, ma fresca e vitale (qui resa, ancora una volta, con l’impiego dei puntini di sospensione), in questo modo sancendo che la ricerca dell’autore, fortunatamente, non è finita, e che abbiamo molta voglia di continuare a cercare. Così, a mio avviso, è come se il libro finisse con un largo sorriso affascinante, una profonda fiducia nel futuro.

Se c’è infatti una “cosa” che Izzo descrive nel suo libro con enorme precisione è proprio la figura dello scrittore del terzo millennio, costretto tra tradizione e innovazione, come sempre, quando siamo davanti a una svolta, un po’ impegnato e un poco spirito libero e ribelle, un poco nostalgico dei grandi poeti del passato (includendovi, con amore, anche Rino Gaetano e De Andrè), un po’ arrabbiato e grintoso per voler essere il poeta del futuro. Io non credo, allora, che Izzo getti Eco in un cestino, ma che piuttosto rifiuti la ridondanza di certi scrittori di tutti i tempi, che niente vogliono dire se non il suono stesso delle parole che producono (come ho già detto, Eco secondo me non fa questo, ma per Izzo sì, e in quest’analisi è il suo giudizio che conta, anche perché non sono d’accordo con l’esempio, ma sono d’accordissimo con la teoria in generale), che niente vogliono produrre se non un’eco, appunto, di domande. Un’eco a perdere per questo, perché non porta a nulla, mentre invece la scrittura di Izzo porta a tanto, e questo è, secondo il mio modestissimo parere, un ottimo inizio da scrittore.

Antonella Lattanzi

Sunday, December 17, 2006

Nuovo racconto

Su il Foglio Magazine n2 trovate questo mio racconto e un altro ancora, andatevelo a scaricare e a commentare

Accompagnavano la nazione gli europei di calcio. Una nazionale che stentava a decollare, opprimeva a terra lo spirito degli obiettori tutti.Le soddisfazioni si andavano a cercare nei pub, su due gambe snelle e coi capelli lunghi, i vantaggi del caldo aumentavano, se non fosse che quello schifo di nazionale teneva lontano le ragazze dai pub. Rino, l’amico Rino, giovane nell’anima, lontano quanto basta dal mondo della bassa manovalanza del volontario oppressore, amava le cose semplici ed era il perno delle uscite notturne.Non si arrendeva mai, in cerca di continue scene felliniane, non si arrendeva mai al viale del tramonto delle loro serate da pub e cortesia. Dietro due occhiali bianchi cercava la soluzione migliore per lui, la scena più trasognante che potesse esserci e prometteva sempre di essere fuori per la prossima estate dalla realtà. Un amico come Rino doveva per forza esserci nelle vite di tutti. Con Malerio in una sera di giugno, nel primo mese del suo vivere poco sopra il limite economico della schiavitù, senza sigarette con due bionde tinte da guardare sotto la luce compressa del solito pub…
Erano senza sigarette e potevano vendere i loro ricordi al museo degli orrori.
La nazionale di calcio, orgoglio qualunquista di una nazione comunque non qualunque, allungava i ricordi da vendere…mezza Europa poteva bearsi delle loro prestazioni contro gli azzurri. Malerio, sincopato come sempre pensava all’orgoglio di quegli italiani all’estero macchiato come sempre da questi ragazzi troppo ricchi per essere obiettori. Parlò con Rino rievocando le scene di un vecchio film con Manfredi dove, in Svizzera, si soffriva per una nazionale azzurra persa negli angoli remoti del calcio.
Le due bionde se n’andarono oltre i loro discorsi con due tipi dal capello misurato a pubblicità di gel e alla virilità espressa in capacità d’acquisto mastercard. Rino, semplicemente Rino, ordinò un'altra birra.Erano liberi ora e anche se per poco Rino poteva rimarcarlo, tranquillamente Rino, liberi da ogni abuso di comunicazione, liberi di cercare la luna nel pozzo o uno sceicco bianco per strada.Poi la pazzia di Rino prese il sopravvento in una richiesta folle e disperata…Malerio scrivine!
Rino, liberamente Rino, nella sua libertà assassina chiedeva a Malerio di scrivere, di raccontare ciò che succedeva aggiungendo, Rino padrone dell’ovvio, che ovviamente nessuno n’aveva e non n’avrebbe mai parlato o almeno nessuno non n’avrebbe mai parlato come lui, con la verità scocciata, senza enfasi. E se nessuna casa editrice l’avrebbe mai pubblicato sarebbe senz’altro stato un libro vero su una pagina di storia italiana che faranno in fretta ad incementare in un progetto sul ponte di Messina. Ma il ponte era anche di Reggio quindi un numero maggiore di pagine scomode sarebbero state usate come fondamenta in un paese offeso perché nessuno vuole la verità che sia essa di Malerio o di altri.
Ci avrebbe pensato pensava, ma mentiva perché sapeva che quell’altro da fare, quello che c’era da fare era scriverne. La notte portò via il resto e lasciò le pagine bianche della vita a confrontarsi col passato.
Rino, il notturno Rino, se ne andò invece col mattino.
Prigioni su prigioni, gabbie su gabbie, uomini dentro, uomini dentro uomini, apparati di rabbia, salvia e sabbia.(Sms spedito l’ultimo giorno del primo mese a tutti gli uomini di buona libertà). Pensava di appartenere alla tribù dei musi lunghi, di quelli che hanno sempre da ridire poi si ricordò le due del pomeriggio e i servizi assurdi ad esse legati.Si ricordò il sole, il caldo e le richieste che non ammettevano negazioni di risposta.Si documentò.La madre delle reti, internet fornì elenco di pubblicazioni su pubblicazioni.Servire la patria, una scelta coraggiosa, il collettivo di Forlimpopoli, la casalinga di Voghera e i pompieri di Viggiù…Un delirio d’obiettori poco obiettivi. Trovò un forum, una casa tra le case e vide che le cose stavano sempre sospese tra verità e menzogna, ma almeno più verità che menzogna ne riempivano le pagine.Obiettori per forza, sempre meglio che fare il militare, pensavano i ragazzi.Ti sfrutto e ti spremo perché non ti faccio fare il militare era il motto degli enti.
Risuonava la voce di Rino, Rino il ridondante… …scrivine…risplendeva la luna e tanto le due bionde se ne erano andate. Si poteva sempre scriverne di meglio. Cominciò a scrivere, ricordo da ricordo…E’ Giovedì, ultimo giorno del tuono di maggio, mancano appigli e progetti, l’astratto prevarica il concreto nel malcelato ottimismo delle sue illusioni.

Poteva passare dal pensiero all’azione. Poteva, ma non voleva.Il frastuono del lavoro circostante ricopriva le sue speranze.Queste erano giornate di disoccupazione totale.
Fronti economici e sociali si spanavano in ogni confronto. Malerio Maddio trascorreva così i suoi giorni a quota meno quattro dalla realtà tangibile del suo servizio civile.Frequentava ancora i vecchi luoghi nei vecchi giorni ma con fare senza tempo.
Si sentiva un chiodo, piantato a forza da un martello tonante profumato di rose, ma pur sempre invadente, schiacciante invasore sulla sua testa.Non era nato a Riccione e non scriveva stronzate e non era nato a Torino e non poteva campare su un libro solo.
Non apparteneva a nessun Rothary Club, élite, gotha o associazione seppur a delinquere.

Era nato in un accantonato porto di poesia, vivo nella dimenticanza fino a quando, sennonché, il suo stato maggiore si rifece vivo per riscuotere dieci mesi a credito e scuotere a debito il periodo che da maggio divenne meno quattro. Un precetto e poi Sissignore si prende servizio presso un ente convenzionato.
Prima però una passeggiata a mo’ di eutanasia del giorno sotto il sole. Tutto era opinabile, si poteva discutere su tutto nel fantastico mondo occidentale, indiretto discendente della grande culla del pensiero ellenico ma se poi ti arriva una cartolina, le opinioni occidentali diventano ordini, sissignore!
Ulisse si sarebbe perso nelle dissennate indicazioni odierne.
Tutta la ragionevolezza diventa rigore e disciplina.Dieci mesi diventano burocrazia allo stato puro nei legami della chimica di palazzo, tempo libero e vita privata vanno contorcersi laoconticamente tra permessi e licenze. E la Grecia vinceva gli Europei di calcio e l’agente si turava il naso manco fossero dei Montanelli qualunque prestati al calcio solenne. In mezzo a tutto questo splendore del mondo libero l’unico ottuso rimaneva Malerio Maddio.“ Tanto lo devi fare” era la risposta che i moderni post- socratici si vantavano di poter dare dopo aver rielaborato ogni pensiero dalla scuola filosofica di Atene a quella militar-carceraria di Gaeta. Tutto questo a quota meno quattro in una vita che si faceva sempre meno personale e sempre più civile.Mentre il mondo continuava ad abbagliare gli sguardi anomali con gli astri artefatti prodotti similmente dalle menti più sapientemente affabili e costruttrici di vie alternativa della nostra città del sole, lo sguardo di Malerio, sguardo caduto,consapevolmente caduco, stagnava nelle nebbie dell’insipienza disincantata di fine giorno del giudizio perennemente ritardato sulla ruota del destino d ogni spirito disagiato. Aveva sempre di meglio da fare.Mentre stava facendo qualcosa sapeva già che c’era qualcos’altro di meglio di fare.In quel periodo aveva di meglio da fare che stare dietro alle disposizioni di una lettrice col mestruo perenne. Aveva di meglio di fare che girare per supermercati.Aveva di meglio da fare che ascoltare martellate in un’ aula studio dedicata al gioco delle carte e ai decibel molesti. Aveva da iniziare il servizio civile.Aveva da cercare libri per esami e no. Aveva da inseguire un numero al lotto.Aveva da leggere Pavese.Aveva da qualche parte un bicchiere di acqua e menta che l’aspettava.Aveva una persona che gli mancava. Insomma, aveva di meglio da fare che gli obblighi moderni.Aveva perfino da scrivere il suo capolavoro o perlomeno, se non il suo capolavoro, aveva da scrivere qualcosa sempre di più interessante di questo mercoledì.Faceva pausa, leggeva, aveva di meglio da fare che far pausa.Ha smesso di leggere quando Pavese scriveva che si contentava.Pavese si contentava di una ventata di tiglio la sera.Ma Pavese non aveva di meglio da fare con la Silvia o l’Irene?Malerio non aveva di meglio da fare che la luna e i falò.
Alla deriva, aveva capito che il pensiero stava andando inesorabilmente alla deriva, staccato dai continenti del pensiero fondamentale da movimenti sussultori e ondulatori degli adulatori contemporanei. Avendo di meglio da fare poteva pensare a queste cose, mentre se si fosse alfine comportato da bravo soldato ed eseguito ordine su ordine e commende su commende, beh, avrebbe pensato all’Irene e alla Silvia del paese...a queste belle storie di emancipazione piemontese a lui negate perché c’è chi tace i fatti suoi perfino con chi ha parte di dio nel cognome, fosse anche una perplessità tutta attaccata.
Arrivò il giorno del giudizio, il giorno in cui lo avrebbero giudicato obiettante e il giorno in cui avrebbe messo su giudizio. L’impatto, Malerio lo sentì maleodorante.
Via dalla guerra, dai soldati, dagli ordini, dalle gavette, dalle latrine, avrebbe pensato di sottoporsi libero al cospetto del mondo evoluto. L’evoluzione comportava un prezzo da pagare.Il primo giorno arrivato in cui si obiettava, il signor Maddio si rese conto che lo passò a pulire cessi.Arrivato a casa si stese sul letto.
Le cose di meglio da fare erano sempre molte, ma per due minuti e trentanove Malerio Maddio si sentiva d’accordo con una canzone che gli fischiava tutto il giorno nella testa.
Acceso lo stereo combatté anche lui la legge, la legge vinse anche quella volta non avendo lei niente di meglio da fare.
Il cd lucido come il canto dei Clash zittì il primo giorno, i cessi e le richieste del giorno.
L’indomani arriva sempre troppo presto. Malerio lo imparò in fretta, lento invece era il risveglio.
La stagione stava arrivando al caldo, le prime temperature elevate dell’anno eccitavano i termometri e allungavano le notti, così che il mattino, l’ora forzata del risveglio imposta dalla maggioranza a cicli lavorativi, si fece sentire in tutto il suo splendore.
La strada ormai, Malerio la conosceva bene, ripetere sempre forzatamente quel percorso alla stessa ora stava diventando anch’essa un alienazione tra le alienazioni.
Non aveva ancora preso confidenza con quella realtà forzata che i primi tempi nel rispondere al Chi è,Chi va là? del citofono, inconsciamente annullava la sua identità e impiegava una semplice risposta : Obiettore.Era un modo di obiettare anche questo, no? Pensava in cuor suo.Pensava in cuor suo che suo fratello è figlio unico perché non ha mai fatto il servizio civile.Sapeva di avere un arma in più. Dignità a parte.
Sapeva che la letteratura era dalla sua parte.Che solo quella madre pazza chiamata letteratura avrebbe colto nel suo grembo questa causa.Personaggi in giro in grado di cambiare qualcosa non ce n’erano, e Rino spariva sempre col mattino. E quella madre avrebbe aperto le sue gambe accoglienti, avrebbe raccolto il seme, il sangue e la saliva privata del lattice accolta nella cellulosa dei nove mesi a venire che avrebbe dato al mondo un figlio. Einaudi, Bompiani, Mondadori,Rizzoli, Mursia , tutti avrebbero richiesto l’adozione. Mancano nove mesi e questo era il primo giorno.Il sole caldo del mattino l’aveva inondato tutto, il sudore lo aveva reclamato a sé. E la grande causa del volontariato l’aveva mandato a fare la spesa.La prima paga ricevuta e quella promessa da mantenere che bisognava chiederlo alla polvere.Con una manciata di euro, una cifra di poco superiore alla condizione pertinente alla schiavitù, lo stato beone cercava di comprarsi almeno una giornata di buonumore.Dimenticandosi delle pene e delle penne. Vittorio Alfieri e Silvio Pellico…i benpensanti penseranno che si esagera ma ognuno e figlio del suo tempo e se i tempi lo permetterebbero ancora cosa pensate che avrebbero fatto agli obiettori?
I pensieri non si inventano… vengono a galla da sé e chiudendo gli occhi, un mare di tempo morto era in secca nella sua fantasia.Un oceano in bonaccia di ore segnate e di firme affrettate giacevano ai piedi delle scogliere rocciose della sua fantasia frantumata.
Eserciti di doveri e di obblighi, imposti con la forza da eserciti legittimati dalla precarietà del lavoro, invadevano le colonne d’Ercole della fantasia. Questi pensieri invece non avevano di meglio da fare e ogni notte si riproponevano con fragore nella battaglia.
Malerio voleva scrivere, voleva scrivere allo stato, arricchendo le poste, altro ente statale in odore di malfunzionamento
Caro stato, non funzioni. Scrisse Malerio.Mi rubi dieci mesi della mia vita a me che invece di darmi un lavoro e una possibilità di stare in piedi da solo,mi vuoi insegnare a dover dire sempre di sì, ad abbassare la schiena e ad accettare soprusi e ingiurie sulla mia pelle.
Come te ne pare Rino, stella del mattino, come inizio?
Mi usi , caro stato, come tuo mandante, ieri dal medico. Malerio scriveva in prima persona con l’inchiostro caldo delle iniquità uscente a getti dalla sua memoria.
L’avevano mandato alle due del pomeriggio in un giugno infuocato nella parte più assolata della città a piedi a prendere un ragazzetto petulante e lamentoso.Al suo riprendere servizio non trovò nessuno in sede. Aspettò notizie e comunicazione.Ma il volontariato è generoso solo con se stesso, troppo vanaglorioso per essere generoso con altri. Malerio dallo scarso reddito ci rimise una telefonata solo per sapere che in sede non c’era nessuno e che sarebbero rientrati tra mezz’ora.Si fece un giro, sottraendo tempo alle incapacità dello stato.
In giro si sentì per un po’ libero, senza oppressori e pensieri di invasione avvenuta nella sua mente. Tornò quando l’orologio segnava per tutti la mezz’ora trascorsa.Solo un membro del personale era presente ma anche un solo membro presente per la legge di Murphy sul volontariato significa che c’è un ordine pronto per il sottoposto.
Rino Rino Rino che ne dici tu, addormentato nel tempo?
E Malerio seppe quel giorno che in biblioteca al posto suo ci finì un trattorista e non smise di ridere dal piangere che gli era venuto.Di dieci mesi buttati alle spalle che non tornano più e rientrò in casa a dimenticare le stelle.Sapeva che gli era stato fornito un biglietto di terza classe su una corsa sola andata e questo in fondo non poteva andare bene a nessuno.
Malerio e la spesa, divertente capitolo di intrattenimento per le commesse varie.
Si doveva far spesa per nove persone con liste della spesa che avrebbero garantito una sopravvivenza minima per un periodo di sei settimana ad almeno una dozzina di famiglie.
Malerio, compra questo, Malerio compra quello, Malerio passa a ritirare al bancomat.
Ma Malerio lo sai usare un bancomat? Sei già andato a prelevare?Già, difficile, pensava Malerio tra sé e sé, uno fa l’obiettore e finisce per essere considerato un cretino.
E giù a ingoiare, tanto la sua vita non era quella , però per dieci mesi, la sua di vita, gliela avevano rubata tutta. E Malerio vai in posta a pagarmi l’abbonamento a Sky.
Che questo non rientrasse nelle sue mansioni di servitore della patria non armato ne era assolutamente sicuro il buon Maddio. Malerio che con tre euro e diciotto centesimi al giorno Sky se lo sognava sotto la parabola di un cielo stellato, ma l’hai fatta?hai trovato gente?tornavano a comandare e due, e ridammi del cretino!, ingoiava Malerio.Che uno quando compila la domanda da obiettore, firma un contratto per diventare cretino dieci mesi? Pare così difficile fare una coda chilometrica per poi pagare un abbonamento a qualcuno che alla faccia tua si guarda le partite di calcio di serie A, B, C, campionato inglese, spagnolo e forse pure di San Marino e Belgio mentre te ne stai a lucidare piastrelle e cessi consunti da battagli intestinali di almeno 24 ore prima?Ma torna alla spesa, dice il pensiero accammallato di ogni cosa inutile che possa passare nella testa di una donna quando può mandare qualcun altro a fare la spesa, donne: amiche sadiche. E carica tutto in quella macchina resa simile a una di quelle vetture familiari estive che uno s’immagina verso Fregene e che invece se le ritrova tra la nebbia, dannata macchina verde che non tiene il minimo e che di Ginsberg non ne sa proprio nulla. E parcheggia, scarica, porta su, ovviamente su per scale senza ascensore, metti tutto in dispensa….ma un momento…e quella vocina?quelle domande di prima?Non esce nessuno a chiedere: Malerio hai trovato gente e Malerio ce la fai?Nessuno, allora viene davvero da pensare, assurge a dogma che sotto la domanda di obiezione si firmi come un cretino.
E fu così che rinacque il sole, quello naturale e lontano dall’uomo che tutto che su ogni cosa splende e confonde. Così passarono le unità di tempo odiate da Rino, tra nottate pochi e sogni e tanti obblighi. E così Malerio spese dieci mesi dieci rendendosene conto in ogni momento che la sua storia non sarebbe mai stata pubblicata, che i suoi sogni erano stati calpestati, che la civiltà aveva perso e perdeva di continuo, che il libero pensiero non viene apprezzato, che il libero arbitrio e una condanna, che prevedere è inutile quando non si può curare e che tutto era stato sprecato.
Restava solo Rino e Rino restava perché se ne era andato in un incidente d’auto
Partire è un po’ morire, morire è un po’ restare. E da un po’ che Malerio restava,restava lontano dalla Grecia campione d’Europa, dalle bionde tinte, dai pianisti di piano bar, dalle piscine assolate e dagli idiomi tutti, perché restar lontano dagli idioti più si è civilizzati e più e impossibile.E di notte, Maddio dimenticato da tutti gli dei, non dormiva, poca musica nella testa e lo sguardo lontano nel buio.

Wednesday, December 13, 2006

Per chi siede quel che succede dopo aver pubblicato un libro

L’ultimo post di Loser

(il verbo amare in polacco)

Ti insegnerò a correre. Correrai veloce, figlio della luce.

Furono queste le sue parole. Non furono le uniche parole che pronunciò, ma vi assicuro che sono le uniche parole che io ricordo vivamente. Me le ricordo con le intonazione dell’ epoca, con quel accento così marcato e ghettizzante, me le ricordo pronunciate nello stesso tempo di allora e attenzione, perché il tempo in questa storia è importante. Me le ricordo. A volte girano ancora vorticosamente nella mia mente impaurita, mentre altre volte riecheggiano come presenza nelle mie orecchie e altre volte ancora danno legna al cammino domo del mio cuore nei momenti di difficoltà.

E se fosse un mattino grigio e piovoso sotto un cielo a cadere giù o in una di quei pomeriggi ascendenti sotto un sole giallo, questo non ve lo so dire.

Vi so dire però che da allora corsi, corsi sempre nei momenti giusti.

Non era una corsa disperata contro il tempo.

Il segreto mi insegnò non è correre contro il tempo. A correre sempre non ci si sente parte del ciclo.

Il trucco è scegliere i momenti, i luoghi e le persone con cui correre o con cui correre contro.

Il tempo, quello inteso come Crono deve essere tuo compagno, tuo amico , tuo confidente, qualcosa che tu conosci bene che sai cosa può darti e che sai cosa puoi chiedergli.

Non lo batterai mai, ma non devi batterlo , devi solo lasciarlo scorrere.

Questo è tutto quello che mi insegnò, e se anche a voi sempre poco, se sembrano solo poche parole, mi dispiace per voi.

Io non vi farò cambiare idea, non sta a me farlo. Però tenetevi forte, perché da adesso in poi correremo insieme.

Dialogo immaginario da Jesse Owens a me

in my late twenties and early thirties,I went through a period of several years when everything I touched turned to failure.My marriage ended in divorce, my work as a writer foundered, and i was overhelmed by money problems...

becoming a writer is not a career decision like becoming a doctor or a policeman. yuo don't choose it so much as u get chosen, and once you accept the fact that you are not fit for anything else you have to been prepared to walk a long, hard road for the rest of your days...

Paul Auster " Hand to mouth"

Mi laureo. Il sei luglio mi laureo. Una laurea inutile in lingue e letterature straniere. Prospettive di lavoro nulle. Cosa far da grande? Quando Da Grande ormai incomincia a esserti cucito sulle spalle...già da un pò di tempo.

Me la sono presa con calma? Forse, non devo giustificarmi con nessuno. Sono stati in posti fantastici e ho incontrato gente incredibile. Ho letto cose bellissime e ho avuto una vita fin qui ...prendo a prestito il titolo della biografia di Hans Christian Andersen, la Favola della mia vita. Sì, comincio a credere che la mia vita sia una favola.

Ricordo quando cominciai l'università, la presentazione dei corsi, tutto sembrava così strano e poi venne quel tipo ritardatario a sedersi accanto a me...c'era gente che parlava e non li avevo mai capiti che quasi pensavo di essere io...ma lui lo capì da subito...e poi vennero Scialpi e Christian due macchine più dietro, buffi i ricordi, no? Lui quel giorno non ci sarà, mi deve una Coca Cola Light però

Poi ricordo anche i viaggi in treno con un altro tipo e li ricorda anche lui, una volta gli scrissi una mail dalla Finlandia dove gli dissi che quei viaggi mi mancavano, un pò è vero, mi mancano anche ora....Forse lui però ci sarà, se voglio, così ha detto lui....

Ricordo quel rapper ermetico che a salutarlo giovedì quasi mi commuovevo, un'era si sta per chiudere sotto ai miei occhi...

Ricordi ricordi ricordi, ricordo ancora le tre grazie, chissà che fine hanno fatto ora loro sparse per Genova? E chi non ama Genova scusate ma non ha capito un cazzo....

Ricordo l'Andresz, forse verrà anche lui....

L'altro giorno, il 29, data IMPORTANTE; ho chiuso un ciclo:

iniziai a girare col Perra per i vicoli all'inizio dell'università, le uscite in via Prè, a fare capolino... impauriti, noi ultimi del mondo , provinciali chiusi e spersi che quando gli togli una collina davanti, beh gli hai tolto tutto.

Io ho sempre pensato che le colline siano un ottimo posto per la poesia, il pensiero rimbomba e torna una volta lanciato, così si fa una poesia...

ma dicevo che il 29 sono tornato a Sottoripa col Perra, si chiama destino, non lo so, ma è stato come chiudere un cerchio...e che cerchio...

Ricordo la Fulvia e le mattinate al Polo, lei non verrà perchè è a Siviglia, Wonz e Franz e il Papa....e tutto, non ricordo tutto, la mia memoria ha poi sostituito cose importanti con meno....

Non ci sarà invece Asia alla mia laurea, a lei promisi quel giorno che guardava dalla mia finestra e come cambiano i panorami ragazzi miei,,, che senza di lei non mi sarei mai laureato…e invece eccomi a tradire in un'altra lingua un altra promessa

Non ci sarà Nicole e non ci sarà Stefania, questione di scelte della vita, questione di destino,,,e io ultimamente ho cominciato a ricredere nel destino, a vedere quei fili cosmici intessuti che ordinano il moto tutto e le volontà degli uomini....

Ho cominciato a credere in un tappo di sughero con sopra inciso 5 1 4 S G F stappato a Roma il giorno del compleanno di mia madre

e poi ho cominciato a credere che andare a prendere una ragazza alla Stazione di Genova se ti chiami Fabio e quando vedi che il treno che arriva è 514, beh è un bel destino davvero....

Non è tempo di lacrime ora, si è aperta per la prima volta, davvero, per la prima volta la pagina più importante della mia vita...

e quella ragazza ci sarà, sarà con me il giorno della mia laurea, me lo ha detto ancora poco fa...

E poi il resto è una laurea...nessuno che ti chieda in cosa ti laurei o su cosa hai fatto la tesi, ma solo gente che pretende un pranzo da te, come se non potessero mangiare da loro e venissero a scroccare da me ultimo pavone squattrinato di questo mondo che a noi scrittori non ci lascia niente in sospeso ma chiede subito i conti perchè sa che non possiamo pagare, non in questa realtà...

e mio padre che si incazza perchè io non voglio fare niente ma lui ai parenti ci tiene e allora pensi che una volta lo vuoi fare contento, non lo rende fiero la tua laurea o il tuo libro, lo rende fiero solo offrire un pranzo a quegli scrocconi di parenti che appena gli dici che ti laurei beh ti dicono : mica mi farai morire di fame a Genova e manco sanno in cosa ti laurei

Ma lo fai per tuo padre, per quelle poche soddisfazioni che pensi di potergli dare, quando ti senti in debito, quando vorresti chiedergli scusa per non essere mai stato come lui avrebbe voluto, sai che non potevi essere come lui avrebbe voluto e sai che non è giusto ma da figlio sai anche che questo è dare un dispiacere...

e poi si incazza di nuovo se i parenti che hai invitato per lui dicono no e tu prenoti per pochi e poi questi cambiano idea per la teoria di un pranzo a scrocco che non si rifiuta mai....e la colpa è la tua che li hai invitati e allora ti riprometti niente più compromessi con te stesso mai più

e poi abbracci tuo padre, lo abbracci finisci con l'abbracciarlo quando lui nel suo mondo piccolo e antico vuole dividere le cose con quella che in parvenza è una famiglia anche se te sai che la famiglia è altrove...

e dovrò dare un saluto a Genova, è ora...non so dove andrò o cosa farò dopo, curriculum in giro a gente che non interessi e non ti vuole....

questa è la vita e i sacrifici passati non contano, non conta aver investito su amicizie, interessi, non conta scrivere un libro bellissimo che nessuno legge e pochi capiscono....e chi l'ha capito ti entra nel cuore e ti lascia disarmato e allora sei uno scrittore che nessuno ti legge e per qualche attimo non te ne importa nulla, sai che UNA persona ti ha trovato....

e guardi al domani che quello più immediato è alla stazione di Alessandria alle ore 23 di mercoledì, il resto è una laurea che non interessa a nessuno, una festa che non interessa a te, un mondo che vuoi tenere lontano e non ammettere il fatto che prima o poi devi tornare in gioco...uno scrittore non può non sapere e non può non piangere sulle panchine verdi vuote e abbandonate della domenica pomeriggio di Acqui Terme

Il mio mondo è quello che ho appena steso in tre pagine, a tre giorni dalla mia laurea. Il tre è un numero magico dicono e io di magia sicuramente non ne capisco nulla.

So solo che è dura stare in bilico, perennemente in bilico tra magia è realtà.

La realtà pretende sempre più spazio, cerca di schiacciare in tutti i modi il regno libero della magia.

La dittatura della realtà oscura la luna sopra Mare Chiaro per sostituirla con qualche brutto reality televisivo.

Le mie due visioni sono vasi comunicanti incomunicabili, tra di loro non riescono a comunicare e la mia vita è bloccata in due, non spaccata,ma bloccata.

Bloccato il regno della magia, scrivere è magia, i segni magici che si inseguono dietro formule capaci di arrivare direttamente al cervello e all’intelletto dell’uomo.

Bloccato il regno della realtà, dove un regno solo di pretese, dove essere accettati e accettare è qualcosa di sbagliato, Per questo come città faro cerco Napoli, l’unica città dove l’errore è perdonato a livello sub atomico.

Io ho un blog, chi scrive ha un blog di norma, un magazzino virtuale dove mettere le proprie poesie, storie o altro.

Io ci scrivo da tanto che non ricordo e a trovarmi viene sempre la stessa gente. Ogni tanto mi rispondono pure. Quelli che vengono, mentre so benissimo che alcune persone non passeranno mai e pi mai di lì e così scrivo anche a questi fantasmi, usando le mie formule magiche da apprendista incapace.

Su questo Blog sono Misiu, Loser Misiu è il nome completo. Sciocco gioco di ricordi e assonanze tra James Bond il mio nome è bond, James Bond e Roger Moore che ha portato a questo risultato.

Loser in inglese significa perdente, c’è anche una canzone dei Beatles intitolata I’m a loser, non è la mia preferita, io preferisco Across the universe ma questi sono dettagli del mio mondo di magia.

Misiu è uno dei pochi soprannomi che in vita mia mi è stato mai dato, davvero, di soprannomi non me ne hanno mai dati mai molti, così appena me ne hanno dato uno mi ci sono affezionato. Non potevo di certo affezionarmi a Terrone, Stronzo o altre cose…così mi sono affezionato a Misiu che in polacco significa Orso, il vezzeggiativo è Misiek cioè orsetto, ma a me suona bene Misiu…in polacco? Si, tra le mie improbabili conoscenze pseudo linguistiche annovero anche il polacco, roba da futuro anni 80. Ho speso un ventottesimo della mia vita in Polonia, così qualcosa mi rimarrà per sempre dentro.

Quelle gelate bianche pianure accompagnate a cadenze di mazurca da alberi spettrali e tetri con il cielo a fare da sottofondo invernale e l’aria fredda e frizzante che ti ricorda che sei vivo e che devi mantenere vivo il tuo cuore, beh è qualcosa che sinceramente in Italia non ho mai trovato. Per questo ai mondiali tifo anche per la Polonia, squadra scapestrata e male in arnese.

Tornando al blog che è il mio regno incondizionato dalla realtà, mondo di magia completo soggetto ai miei stati d’animo, oggi ho trovato questa risposta da parte del tipo ritardatario:

Comunque, se ti ricordi, quel giorno in ritardo arrivasti tu.. Forse l'unico fino ad ora.
Nothing is gonna change your world.

Io sono sempre puntuale, insomma abbastanza e forse per questo nella mia memoria considero la mia puntualità un dogma rispettato ma forse ha ragione lui e questo suo aver ragione lui, lui è Stefano ( ragazzi Stefano, Stefano ragazzi, presentazioni finite).

Per chi avesse già letto qualcosa di mio lui è lo Ste di Eco a perdere. Ma dicevo che nella versione reale se fossi stato io in ritardo, beh allora lì sono sicuro vi è stata una preponderante irruzione della magia( quando hai 20 anni la magia è potente, grazie magia , ti ringrazio ancora oggi).

La magia che in quel giorno lontano ha voluto aprire una spaccatura nella realtà perché l’amicizia è magia e se altri scrittori proveranno a dirvi altro o altri venditori di magie ciarlane vi offriranno altre formule voi aprite questa pagina, questa pagina e fermatevi a pensare: l’amicizia è magia, ve lo dice il Re dei disadattati.

E quel giorno in quell’aula tristemente illuminata da professoroni venditori di corsi di laurea, io avrei voluto fare Storia dell’India…in preda a qualche crisi mistico indiana, quel giorno lontano lontano che a tornarci ci vorrebbero chilometri con una De Lorean Einstein e Doc (vedi come mi ricordo? Un 1985 alternativo per me per te e per Einstein!) e i chilometri ritornano con le feste a Masone, lo sbarco a Helsinli, l’Hotel Finni e a noi che ci rubano in realtà a te rubarono la valigia , io ero più accorto perché prima di partire avevo visto Uno Scugnizzo a New York eh eh

E i corsi di lingua improbabile, sapete che so un po’ di polacco ora potete aggiungerci il finlandese, From Start To Finish era il titolo del libro che usavo, mi fa ridere ancora trovarmi a pensare quanti Yksi Kaksi e Kolme nelle serate ai pub abbiamo rovesciato sulle nostre lingue, quando la nostalgia si faceva casa , rifugio dove ripiegare tra canzoni, spaghetti e nutella.

E cosa è rimasto di tutto ciò?

Immigrati italiani sbeffeggiati, a casa come fuori, Pirandello, io che mi trovo a spiegare Ciaula a una finlandese dagli occhi scuri e dai capelli scuri…oggi invece a distanza di tempo ve lo spiego così:

Il bianco della carne di un anno trascorso in fabbrica, era un elogio della povertà.

Gianni, da tempo, non aveva tempo per il sole.

Ciaula scoprì la luna e Gianni aveva dimenticato il sole.

Poi un giorno nemmeno tanto all’improvviso , capitali esteri , magnati esterofili e chissà che altro del complicato mondo supersonico dell’ingordigia occidentale, aveva deciso di dare del lavoro a qualche Gianni slovacco.

L’unione europea allargata a venticinque mise di buon umore ogni Gianni in Slovacchia.

Il Gianni, l’amico di Ciaula, quello che comprendeva parole come indotto e retrocessione, ricevette la cassa integrazione.

Chiedete, provate a chiedere a Gianni se vuol fare cambio con Briatore o Raoul Bova?

Credete forse che lui sia un po’ confuso?

Geloso della sua cassa integrazione?

Gianni, che usava la parola europeo, una volta ogni quattro anni avrebbe fatto cambio di corsa, o avrebbe fatto un corso per fare cambio con Briatore o Bova

E poi c’è da tornare su molte cose, davvero su molte persone, perché vorrei che voi leggendo comprendiate, comprendiate quel che avete fatto voi nel vostro passato e allora forse qualcosa di buono l’avremmo fatto noi e voi e io.

E allora l’ultimo post, l’ultimo post di Loser, l’ultimo post di Loser Misiu sarà servito a qualcosa

Words are flying out like/ endless rain into a paper cup / They slither while they pass /They slip away across the universe/ Pools of sorrow waves of joy/ are drifting thorough my open mind/ Possessing and caressing me

Jai guru deva om/ Nothing's gonna change my world/ Nothing's gonna change my world/ Nothing's gonna/ change my world/ Nothing's gonna change my world

Images of broken light which/ dance before me like a million eyes/ That call me on and on across the universe
Thoughts meander like a/ restless wind inside a letter box/ they tumble blindly as/ they make their way across the universe

Jai guru deva om/ Nothing's gonna change my world/ Nothing's gonna change my world/ Nothing's gonna change my world/Nothing's gonna change my world

Sounds of laughter shades of life/ are ringing through my open ears/ exciting and inviting me
Limitless undying love which/ shines around me like a million suns/ It calls me on and on across the universe

Jai guru deva om/ Nothing's gonna change my world/ Nothing's gonna change my world/ Nothing's gonna change my world/Nothing's gonna change my world/ Jai guru deva Jai guru deva

Ora avete capito anche da dove esce fuori il commento del tipo ritardatario o almeno la seconda parte. E’ la canzone dei Beatles che vi dicevo prima Across the universe, che è una canzone stupenda altro la roba che passano alla radio al giorno d’oggi ma mettere su i Beatles costa fatica, costa fatica prendere un vinile, spolverarlo, metterlo sulla piastra, posizionare con cura la puntina e attendere che il suono sporco del tempo esca fuori non immediatamente ma con calore…

Questa canzone ha una storia particolare che mi lega a tre persone, a Ste, a Scricciolo Orientale, al Piccolo Elfo di Babbo Natale.

Era il periodo in cui Scricciolo Orientale era rimasta incinta ovviamente non di me, non si resta gravide di scrittori romantici che declamano, si resta gravidi di studenti di medicina molto più pratici che non sanno assolutamente come si dice Ti Amo in polacco[1] e non gliene fotte sapere di nulla se non che di fottere.

E allora se sei una ragazza in attesa poi a chi ti rivolgi se non che a uno scrittore che non aveva mai pubblicato nulla prima di allora?

E se ti rivolgi a me rivolti il mio di mondo, lo rivolti come un calzino perché io poi non ci capisco più nulla, cosa fare, cosa non fare che poi io a fare non sono buono per nulla…..e così era uno di quei periodi neri ma neri davvero quando il mondo ti sembra troppo pesante e al tuo fianco non ritrovi nessuno…se non che una canzone e un amico lontano…risuona quella chitarra fredda e scordata, scordata nelle corde e nella memoria di un appartamento sotto un cielo del nord dove si è più a contatto con l’universo e due voci stonate che intonano un canto che sarebbe dovuto appartenere ai loro genitori ma così per loro non fu perché nell’immediato si perdono troppe cose, si guardano solo quelle leggere e veloci che ti scorrono sotto il naso e invece resta resta sempre quello che pesa nel corso del tempo.

Così quella notte ritorna torna in un ritornello e sai che Jay guru Deva Om è un mantra laico di forza. E mandi un Sms e ti senti rispondere Nothing change my world e sai che non c’è altro bisogno di parole.

E sta per arrivare il tuo compleanno, uno dei più brutti della tua storia recente, ma brutti davvero…e tua madre ti compra un cd, uno strano cd, I’m sam la colonna sonora del film, le canzone dei beatles reinterpretate da altri artisti, nomi che per o più alla tua mente alla menta provinciale non dicono nulla.

Ed esci di casa, infili il lettore cd portatile nei tasconi immensi e invernali dei giacconi alla piemontese, schiacci tre volte il tasto play perché vorresti correre dritto e infilarti attraverso tutto l’universo mentre passi sotto l’eterno ponte della ferrovia che non ti porta da nessuna parte e mentre sbuchi lì dove c’è un po’ di luce di quella invernale sciolta e sospesa, partono i primi accordi di una chitarra che tu hai prestato ad altri e le corde rimuovono il tempo, la polvere pesante dell’aria ed un fiocco di neve si posa su quel tuo naso sempre troppo grande e uno e due e tre e cacci fuori la mano dalle bardature invernali la apri e offri il palmo al cielo e così un fiocco di neve, una delle cose più magiche della realtà si posa sulla tua mano e allora sai sai e sai senza dire altro guardi in su e sorridi che se anche non c’è qualcuno lassù che ti ama, c’è qualcosa che non ti fa dimenticare mai che la magia anche se poca a volte vince sulla realtà.

Per darmi coraggio per mostrare il mio stupido punto di vista da scrittore che nessuno legge, cosa prova uno scrittore tre giorni prima della laurea, io che di mio come assioma ho preso il libro di Paul Auster, Hand to mouth, non l’ho mai letto in italiano non ne conosco il titolo, ho quella versione inglese consumata dal tempo, graffiata dalle mie unghie sul cartoncino non rigido che lo hanno aggredito quando nelle mie serate estive leggevo e rileggevo le cronache fallimentari di un grande scrittore…che lui come me aveva già fallito…

A volte penso che per arrivare dove si vuole arrivare , si debba fallire un miliardo di volte, altrimenti è inutile arrivare senza sapere cosa sia il fallimento, io modestamente lo conosco abbastanza bene, basti guardare il mio nick o i titoli dei miei libri impubblicabili

Ma non mi sono mai rassegnato, se il fallimento nella realtà era onnipresente, nella magia ero un campione assoluto, ho reso memorabili luoghi e persone e ho dipinto favole dove non c’era nulla…sono meriti da poco, meritevoli di fallimento per la realtà lavorativa a cui il mondo occidentale si è assoggettato.

Solo lavoro lavoro lavoro, non sarò mai quel che farò, sarò sempre quello che sono.

E questa è una cosa che da fastidio a molti, a tutti quelli risucchiati nel vortice della vita media, incapaci di sentire la magia fallimentare e ripiegati nella realtà disumana.

E fa un certo effetto strano risentire i Clash in questi giorni….davvero strano…praticamente ho tre giorni per svuotare il mio fiume.

Per regalarlo a voi, o almeno a chi interessa, nessuno è obbligato, ne i gran saccenti e ne tantomeno i tuttologi.

E la canzone più romantica di sempre, io lo ripeto e lo ripeterò tutta la vita da piccolo Nick Hornby che non sono, la canzone più romantica di tutti è I FOUGHT THE LAW dei Clash e non c’è nulla di più romantico che combattere….se si crede in qualcosa che è magico…

A meno due giorni è tutto un conto alla rovescia binario

01010101010

Oppure 1010101010

Dipende da cosa scegliere tra positivo e negativo.

Io non scelgo, quasi mai, so che scegliere comporta rinunce.

Io non rinuncio mai, sono sempre sospeso tra cielo e terra, tra realtà e magia, tra trionfo e fallimento, tra cervello e cuore, tra me e me.

A meno due i ricordi sono quindi binari dicevamo, uno bello è uno brutto.

Uno bianco e uno nero, uno privo di senso e uno con un senso radicato dentro come non mai.

Ho una tesi da studiare, una tesi sulla pace, sono uno di quei pochi che anche nella propria tesi ha messo una sua convinzione convinta.

Io sembra che le cose le faccia a caso lì per lì sul momento poi a guardarmi indietro seguo il filo, raggomitolo tutto e trovo il senso febbricitante del mio cammino.

Ho fatto l’obiettore come raccontato in Malerio Maddio, con risultati abbastanza assurdi ma se l’ho fatto è perché a me l’esercito non interessa, secondo me a questo mondo senza militari si starebbe meglio…non ho nulla contro i militari persone, loro sono persone che ci credono o che hanno trovato un lavoro, non mi piace il concetto a monte, una gerarchia basata sull’aggressività, un senso di fratellanza discriminante verso quello che c’è appena fuori….ma sono discorsi da fare non da leggere perché se la gente li legge dei discorsi così si indigna e basta, ma i discorsi discordanti devono essere confronti e non a chi strilla di più che è la piega tutta che questo paese sta prendendo. Ma tornando alle mille parti di me dicevo a me stesso della pace, del mia scelta di pace forzata alla mia scelta di pace conclusiva, ho voluto parlare di pace il giorno che lascerò l’università.

Una pace che è sempre in stato di affanno….anche dentro me.

E la pace è un tema che torna, torna sempre, dove la ricordate voi la pace?

A guardarmi indietro la pace è nei libri, nelle canzone, u trattato sulla pace.

Io avevo un nick che ammetteva per principio una sconfitta ma la mia era sconfitta totale, preventiva, se volete la vittoria prendetevela, io voglio pace.

E la andavo a cercare dove non c’era nessuno, vivendo isolato non solo per colpa mia.

Se io cercavo pace la cercavo nei sentieri tortuosi della vita dove sai che non c’è nessuno. Non su quelle autostrade a 3 velocità, anche per questo i mie luoghi più cari sono diventati fortezze della solitudine, bastioni ultimi e torrioni difensivi dall’aggressività della consuetudine.

Sartre diceva che la santità è una successione di consuetudini e io cercavo la mia, sia scrivendo Beat Unbeaten, sia che non scrivendone.

La Polonia, la Finlandia, Genova, Avellino, Acqui Terme, sono tutte onde concentriche del stesso epicentro di pace che avevo deciso di sostenere.

Così come la struttura sociale dei miei rapporti umani.

Io conosco le stesse persone da una quindicina di anni, frequento quelle stesse persone, sono poche le persone nuove entrare nella mia vita. Fanno fatica a entrarci e molta più fatica impiegano per uscirne. Perché io non chiedo nulla, le mie pretese suonano strane e assurde sul principio dell’amicizia fondato anni fa e lontano da qui.

Ecco sì, ora sono uno scrittore noioso che non parla di sé ma mostra una via, un’altra uscita senza alcune pretese di messianesimo.

Un quadro particolare di tutto ciò è Genova, luogo della mia caduta da Loser.

Sono diventato Loser a Genova, smetterò quella veste sempre a Genova.

Genova è stata fulcro luogo, spettro, madre e amante, tra i suoi vicoli e le sue ombre che si prestavano a nascondere e ad accogliere i miei pensieri mentre sotto porta dei vacca piovigginava quell’acqua che a gocce rende il mattino spettrale a pochi metri dal mare a chilometri da colline e ad un passo, un passo solo dalla caduta.

Genova è stata un luogo di amicizie di vita e di morte.

Ho incontrato un sacco di gente, tutta ribattezzata in quel gergo universitario che sa sancire le amicizie in un modo unico e inconcepibile al di fuori da quel luogo.

C’era Wonz, Franz, il Papa, Jesus, Sgalambro, l’Andresz, tutti personaggi che uscivano da lì per entrare nella leggenda…

Che poi a guardare indietro i mie luoghi a Genova sono diventati tre o quattro, da Marassi, a piazza della Vittoria, da via Balbi a Piazza Alimonda…sempre è successo qualcosa, sempre c’era qualcosa da dire.

attenzione , quello che segue è il post di un oplite malinconico

Le finestre mi sono sempre piaciute. Le finestre genovesi in particolar modo.

Ho sempre guardato fuori dalla finestra a Genova.

Genova è per me la città dietro alla finestra.

L'ho sempre scoperta così, arrivando dal treno, dietro ai finestrini, il grigio contro l'azzurro e il marrone a riscaldare.

E' tutto verde fino a Masone,Genova no, lei cambia colore.

All’improvviso dietro una curva, una collina, all’improvviso il mare e niente potrebbe descriverlo in modo migliore..

Oggi avevo una finestra nuova, vicino a porta dei vacca.

Sullo sfondo dormiva il porto antico citato a memoria e una via che viveva là sotto.

Oggi sono tornato a Genova. Dopo mesi. Dopo mesi che mi sembrano anni.

Quest'estate da un cellulare di Londra mi arrivò un sms da una ragazza polacca a cui avevo insegnato italiano anni or sono della mia vita universitaria:

Mi Manca Genova, c'era scritto. Con quelle lettere, in quel modo, con quelle maiuscole.

A qualcuno che è nato in Polonia, che vive a Londra, mancava Genova....com'era possibile?

Questo mi chiedevo fino a ieri... Oggi l'ho capito, il senso della magia...

Quella Genova che io ho vissuto con quella gente che non tornerà più.

Potrei citarli tutti ma così dimenticherei i loro visi nel ricordarne il nome.

A Genova, poi ...

quando ero triste, quando ero allegro,quando il Napoli perdeva, quando la Samp in B,quando si facevano le colazioni,quando toccava andare a lezione,quando pioveva,quando a via Balbi c'era l'auletta occupata, quando ero innamorato, quando c'era la Salernitana di Zeman e alla macchinetta del the al limone potevi trovare Carlo Giuliani, quando abbiamo pianto Faber,quando ci hanno fatto piangere al g8, quando si era a qualsiasi ora alla stazione Principe,quando dietro alle vetrine dei bar di via Balbi, quando c'erano esami da dare e si studiava per non andare militare.

Io feci l'obiettore, fu quello davvero a tenermi lontano da Genova.

Buffo come il concetto mio di pace, non quello della società mi tenne lontano da Genova e dalla poesia.

Oggi, e solo oggi, vi sono tornato.

Acqui, Visone, Prasco, Molare, Ovada, Rossiglione, Campo Ligure, Masone, Acquasanta, Granara, Costa di Sestri, Borzoli, Sampierdarena...sono una linea del mio cuore.

Oggi sono stato alla finestra a Genova e poi, finalmente l'ho riaperta e Genova, belin, è entrata.

Discografia

Sergio Caputo- ne approfitto per fare un po’ di musica

Beatles, l’opera completa

Bibliografia

Paul Auster Hand to Mouth

Fabio Izzo- Eco a perdere

Fabio Izzo- Il re dei disadattati Working progress…

Beattles, Mac Donald


[1] Kochac, verbo riflessivo Kocham Ciè si legge Coham sieu o qualcosa di molto simile

Tuesday, November 28, 2006

Ciao Thompson, Angelo dell'inferno

Con gli angeli lungo la strade per l'inferno.

Ci manca, sentiamo noi rimasti la sua mancanza, da molto, anche se non è tanto che lo scrittore post beat e inventore del gonzo journalism se ne è andato.
Si è sparato come Hemingway, si è fatto cremare e le sue polvere sparate alle stelle dall'amico Johnny Depp.
Ha abbandonato questa realtà quando forse non trovava più meraviglie.
Gli anni 60 erano invece l'epoca argentata delle meraviglie, una silver age esplodente , quicksilver di creatività.
E in quel periodo quell'America, sbatteva il mostro in prima pagina.
In un continente immenso, come solo quello americano, cresciuto con il mito di scoprire sè stesso a Ovest, immortalato nella prosa beat di Keroauc, il mostro in questione diventavano così gli ultimi outlaws, fuorilegge, cavalieri cromati pieni di macchie e fedeli ad una identità incomprensibile ai più: Hell's angel per l'appunto.
Miti, eroi che romanticamente si slanciano perdenti contro il declino verso il tramonto.
" Sì, fose stai guardando un perdente, ma stai guardando uno che farà un grande casino andandosene!" da una dichiarazione di un membro.
Thompson li ha vissuti, è entrato nella loro cerchia ristretta, ha condiviso esperienze, sbronze, sballi e problemi. Anche se non ne è mai deventato un membro, tantomeno onorario.
Ha accompagnato, standosene ai margini, la loro ascesa a mito, interpretandone la realtà e risolvedenone la mistificazione della stampa.
Così nel suo resoconto-reportage, esempio puro di gonzo journalism, mostra le cose come sono andate e pensa a come sarebbero potute andare, diversificando i due livelli.
Dall'enfasi alla disperazione, dalla gloria alla polvere, dalla morte alla verità.
Libro apripista per il denso "Paura e disgusto a Las Vegas", in realtà è il culmine di una narrativa che distrugge, smonta e vanifica le vanità dei media.
Non c'è verità nel giornalismo totale, vi porto allora il gonzo journalism.Se per altri la notizia è merce, pesata al chilo e vendibile, specchietto per le allodole o scudo del perbenismo imperante, per Thompson no.
Lui si infila nelle trame, nelle larghe maglie della rassicurante ipocrisia di chi tiene saldo il potere addormentando e spaventando.
Il viaggio purtroppo terminerà malamente, lo scrittore verrà pestato dagli Angels a seguito di una incomprensione.
Ma le pagine importanti sono molte, come l'incontro scontro tra gli Angels e il poeta beat Ginsberg, il raduno trappola di Bass Lake, la marcia di Oakland e la presa di poszione sul Vietnam.
Gli Angels non sono santi e ci accompagnano lungo la strada per l'inferno in una lunga processione di Harley Davidson 7.4 fautrici di una pagana sinfonia di pistoni e carburatori.
Alla Tua Thompson!

"La finestra sul mondo può essere coperta anche con un giornale"
aforisma di S. Lec

Tuesday, October 24, 2006

Cara radio due
Nella persona impegnatissima di Rosario Fiorello
Chi vi o ti scrive, dipende se vuoi del voi, del lei o del lui, basta che non sia Dell’Utri, dicevo che chi vi scrive è un bambino di 28 anni che crede ancora nel Natale e nell’amore eterno.
Ora siccome i negozi stanno già riempiendo gli scaffali con alberi di natale e cartoline d’auguri e visto che l’amore è eterno ma l’uomo mortale, detto questo v i volevo dire che ora che nel tuo Carnet di Gramelot è entrato anche il personaggio di Umberto Eco, se volevi potevi leggere il mio libro che è per l’appunto su Eco in tono semi serioso ironico e non sense, un po’ come questa lettera che non so se sei arrivato fin qui a leggerla ma di sicuro son arrivato io fin qui a scriverla.
E leggere il libro beh non ti costa nulla, devi solo richiederlo a quel tipo che è il mio editore e lui te ne manda gratuitamente una copia... poi se vorrai potrai leggerlo insieme a Eco o anche no...
In ogni modo Rosario mi farebbe piacere una tua semplice opinione se non sul libro anche sulla lettera medesima, insomma fai te, la mia e mail ce l’hai che è questa da cui ti scrivo
Se vuoi invece avere il libro
Scrivimi con l’indirizzo dove è possibile fartelo avere, quello della radio o del bar dove fai colazione non so...
Cmq il titolo giusto per non farti capire è Eco a Perdere-l’autore che poi sarei io medesimo cioè Fabio Izzo e l’editore, il foglio letterario
Dimmi tu se vuoi dire qualcosa o battere un colpo....
Saluti e auguri
Fabio Izzo

Wednesday, August 23, 2006

Buonanotte

Oggi inauguriamo una nuova rubrica, Buonanotte.
Qualcuno di voi saprà che esiste una rubrica su un giornale nazionale tenuta da un sedicente tuttologo. Questa rubrica tuttologicamente parlando si chiama Buongiorno e il curatore è un giornalista.
Oggi questo massimo esperto della saggezza umana, che poi questi articoli di spalla li raccoglie in un volume a fine anno e te li vende paragonandoli a caffè e cappuccini (davvero un genio del marketing minimalista), dicevamo oggi sto qui che è arrivato a scrivere in un giornale con una coscienza pulita (?) oggi intitola "la Molle Gioventù".
Il riferimento al titolo di Giordana la Meglio Gioventù è qualcosa che non c'entra nulla ma fa tanto citazione.
Ma sto giornalista esperto di mondo (avrà fatto il militare a Cuneo o il capostazione a Piovarolo se gli è andata bene prima di essere assunto in un giornale), costui oggi se la prende con i giovani.
Giovani che hanno consegnato un mondo quello tecnico ad altre nazioni.
Che poi in altre nazioni esista una cultura tecnica diversa dalla nostra manco si dice e che in molte parti d'Italia manco c'è l'Adsl....lui non lo dice in queste sue approssimazioni...
Studiano tutti materie umanistiche che portano a lavorare in un Call Center a 300 euro al mese e la colpa è dei giovani? Cosa? non si da colpa a chi permette di sfruttare giovani a 300 euro al mese?Anzi li si mortifica in prima pagina?
Complimenti al tuttologo che alla fiera del libro di Torino litiga pure con una giornalista francese perchè lui è ospitale...
Il suo articolo cominciava con la solita domanda retorica: se il paeseè in mano ai vecchi la colpa è dei giovani? lui dice Si!
Ma che si guardi intorno signor Gramellini, lei che scrive su un giornale e attacca tutti quelli che hanno passioni umanistiche (in un paese, l'Italia fortemente legato alla cultura umanistica), guardi le cifre, i dati, le storia, la società italiana come è stata edificata in seguito a sbagliate politiche sociali, inutile ricordarle che il governo Craxi mandò negli anni 80 gente di 40 anni in pensione (che paghiamo tuttora e che pesano sulle casse dello stato e occupano altri posti di lavoro), inutile parlare dei bonus applicati a chi non vuole andare in pensione occupando per altro tempo un posto di lavoro che spetta di diritto ad a un altro italiano come è stato scritto in una cosa chiamata Costituzione.
E io allora le rispondo da par mio, se il paese è in queste condizioni e i giovani di questo Stato in questo stato la colpa di chi è? Di quei venduti come lei che giocano a fare "i bastian contrari" ma che in fondo ideologicamente si sono venduti già nella loro peggior gioventù al miglior al miglio offerente

libro del giorno: si consiglia di leggere "il 68 senza Lenin" edizioni e/o
oppure di addormentarsi davanti alla raccolta dei Buongiorno di Gramellini

Saturday, July 01, 2006

QUESTO LIBRO MI HA RESO FELICE

Tuesday, June 27, 2006

Eco a perdere diventa un libro scritto da un dottore...
Volevo fortemente pubblicare un libro prima della laurea, quasi a ribadire che le due cose non erano legate, che l'ordine cosmico della letteratura fosse sovrano e veramente meritocratico e così feci a Gennaio
Ora a qualche mese di distanza arriva pure la laurea per il futuro dott Fabio Izzo
lascio perdere i proclami o i discorsi pessimisti di mio zio...
non so se scriverò un secondo libro, impegnato tra Beat unbeaten, Hildebrando Aristolakis e Il re dei disadattati, vorrei rendere più artisitico il Re dei Disadattati e poi pubblicarlo anche se ora ora è il momento dell'Hildebrandro penso
Giovedì e Gioved', buffa la vita no?

Tuesday, June 13, 2006

e qualcuno stranamente se ne è accorto anche sul forum di Mtv nello spazio dedicato ai Nirvana.


http://www.mtv.it/community/forum/music/forum_show.asp?id=1612579&fid=19&tid=0&subSection=05&id_topic=5

Kurt Cobain....Nirvana...se ne sono accorti solo ora.
Anche andata+ ritorno, il film parla di Cobain a modo suo ma non tutti se ne sono accorti.
adesso dopo Last days si sono accorti del mio libro.

SMELLS LIKE TEEN SPIRITS

Thursday, June 08, 2006

e un altro sito parla del mio libro

Corriere dell'Università e del lavoro
(anche così si entra nel mito, ho più recensioni che copie vendute eh eh)

Tuesday, June 06, 2006

Un collega mi manda il suo parere: il giovane Vincenzo Trama si esprime sul mio libro( poi io parlerò del suo)
Scherzi a parte, il tuo l' ho letto effettivamente in un paio d'ore e ti elenco qui le cose che mi sono piaciute e quelle che no.
Piaciute:1) Citazioni ai Nirvana e a Cobain; mitico!
2) Lo stile discorsivo tipo Nori, che però poi ritrovi pure fra quelle che no.
3) Maradona e il Napoli, ovvio.
4) Splendida l' appendice due. Ma sei stato un gran bastardo a troncare il racconto così. Pari ForsterWallace. O mi dai una conclusione o meriterai il mio odio per sempre.
5) La citazione sull'escapismo è una ciliegina sullatorta, grandissimo. Solo una cosa non mi è chiara: cheè l'escapismo?
Quelle che no:
1) Il tema della voce, che è presente in Diavoli diNori. Mi sa di già visto, rispetto all' originalitàdell'impianto narrativo.
2) Alcuni passi un po' troppo pesanti sintatticamente;capisco che l' effetto è voluto, ma secondo meintralcia un po' troppo la lettura ( la mia, cioè,quella di un lettore terra-terra...)
3) Il finale dell' appendice due. Bastardo.

Tuesday, May 30, 2006

anche su rockit c'è qualcosa ma sinceramente non riesco ad aprire la pagina....
mah...

Friday, May 19, 2006

nuova recensione di Valentina Nuccio

Un “romanzo del terzo millennio”. Ecco come l’eclettico giovane scrittore Fabio Izzo, definisce la sua prima fatica. Particolare, conturbante e sicuramente innovativo, Eco a perdere è un piccolo capolavoro nel quale, spicca innanzitutto il carattere eccentrico del linguaggio. Si potrebbe quasi dire che Izzo abbia “cambiato i connotati” al solito modo di scrivere arrivando all’essenza di un lavoro nel quale la punteggiatura è pressoché inesistente, i periodi sono ripuliti e senza fronzoli e i vocaboli diventano freschi ed immediati. Un romanzo quasi diario, nel quale si fondono nomi eccellenti come Umberto Eco a quello del leader dei Nirvana, Kurt Kobain. Un diario sperimentale che profuma di romanzo nel quale c’è spazio per le elucubrazioni sulla fatidica lotta tra Thanatos ed Eros, dove in un dialogo con l’alter ego (chiamato il tipo delle domande), lo scrittore chiede al dio dell’amore:- Secondo te, l’amore è facile?-. Nutrito dalle esperienze condivise con gli amici e dal desiderio di dare concretezza all’instabilità liquida giovanile, Fabio Izzo cerca di trovare indicazioni, delle “guide turistiche”, per l’inferno- paradiso della vita.
Consigliato a:
Eco a perdere è consigliato a giovani e meno giovani che vogliono cimentarsi in una rilettura del romanzo in chiave sorprendentemente sperimentale.

Friday, May 05, 2006

cazzo cazzo cazzo che io non ci conosco nessuno, nessuno al di fuori dei personaggi che popolano la mia di vita , provinciale e ai margini di tutti, perfino della vita.
che io ascolto un cantante morto, che leggo libri di scrittori morti, mentre c'è chi è più furbo di me, ma davvero che se la fa coi morenti, con quelli col lustro, col rispetto, e con interurbane e raccomandate, loro si che ci vanno ai primi premi letterari
io resto al palio del palo e non vado avanti, che a me rper recensire un libro, il cosidetto mio di libro, mi ci hannno chiesto 70 euro cioè di abbonarmi alla rivista, bene bravi grazie...
che poi in una notte disperato a parlare con l'Abruzzo ci ho scritto pure io a una beata, all'unica beata che mi venisse in mente, alla Pivano di Fernanda, che lei poi magari non fa nulla ma che almeno se le pice il mio di libri
quello sui beat ( e mentre scrivo ascolto la Merchant che canta Hey Jack Keroauc, e questo pure qualcosa vorrà dire) dicevo che il tutto alla fine sono soddisfazioni cazzo